Metodo Caviardage e disturbi di personalità
In questo post voglio parlarvi di come utilizzare il Metodo Caviardage nei disturbi di personalità. C’è una sensazione che emerge spesso nelle storie di chi convive con un disturbo di personalità, ed è quella di non sapere chi si è davvero. Come se l’identità fosse un puzzle i cui pezzi continuano a cambiare forma, a seconda di chi hai davanti o di come ti senti in quel momento.
Se c’è qualcosa che ho imparato in tanti anni di pratica clinica e di ascolto analitico, è proprio questa: i disturbi di personalità – borderline, narcisistico, evitante, dipendente – non sono “difetti caratteriali”. Sono strategie di sopravvivenza che un tempo hanno salvato la vita psichica, ma che oggi rendono impossibile abitare se stessi con continuità.
Quante volte, in sessione, ho chiesto: “Chi sei quando non devi essere niente per nessuno?” E quante volte mi sono trovato di fronte il terrore del vuoto. Non per mancanza di identità – anzi, spesso ce ne sono troppe, frammentate – ma per l’impossibilità da parte dei pazienti di trovare un filo rosso che le tenga insieme.
L’angoscia di non avere un “nucleo stabile”, la paura di essere scoperto come “falso”, l’incapacità di riconoscere quali emozioni appartengano davvero a sé: tutto questo blocca la narrazione di sé. E allora la domanda diventa: come possiamo aiutare qualcuno a ricomporre i frammenti della propria identità, senza forzarlo a costruire una storia coerente dal nulla?
È qui che entra in scena uno strumento terapeutico che trovo profondamente affascinante, quasi alchemico: il Metodo Caviardage, ideato dall’insegnante e arteterapeuta italiana Tina Festa. Il principio è rivoluzionario nella sua semplicità: non si tratta di costruire un’identità, ma di riconoscerla. Ecco come funziona nella pratica:
- Si prende una pagina di un libro da macero, un testo già scritto
- Ci si mette in ascolto, senza giudicare
- Si lasciano emergere le parole che “risuonano” con il proprio vissuto
- Tutto il resto viene oscurato, annerito, trasformato in opera d’arte visiva
Invece di dover costruire un racconto coerente di sé – un atto che spesso genera angoscia in chi non sa “quale versione” mostrare – la persona sceglie cosa far emergere tra ciò che è già scritto. Da un mare caotico di parole, ne emergono due, tre, forse una frase intera.
È una verità nascosta che aspettava solo di essere riconosciuta. In termini junghiani, è l’inconscio che seleziona esattamente i frammenti identitari pronti per essere integrati nel Sé. Nessuna forzatura. Solo riconoscimento.
Chi convive con un disturbo di personalità conosce bene la scissione: sei tutto o niente, buono o cattivo, amato o abbandonato. Il pensiero in bianco e nero impedisce l’integrazione delle parti.
Il Caviardage accoglie la complessità con gentilezza: sulla stessa pagina possono coesistere parole contraddittorie. “Amore” e “rabbia”. “Forza” e “fragilità”. Non serve sceglierne una sola. Possono stare insieme, sulla stessa pagina della tua storia.
Annerendo le parole che non servono in questo momento, non stiamo negando la complessità: stiamo dando forma temporanea al caos. Nei disturbi di personalità c’è spesso la sensazione di essere “troppi” o “nessuno”. Il Caviardage insegna che un frammento alla volta è già abbastanza. Che potente antidoto alla necessità impossibile di essere “interi” subito!
Chi ha sviluppato un disturbo di personalità ha spesso costruito maschere di sopravvivenza: il “bravo bambino”, il “seduttore”, il “vittima”, il “salvatore”. Dietro queste maschere, c’è un terrore paralizzante: “Se togli la maschera, non c’è niente”.
Il Caviardage dimostra il contrario. Le parole sono già lì, sulla pagina. Non devi inventarti. Devi solo permetterti di vedere cosa risuona davvero. È un atto di riconoscimento, non di costruzione. E questo dissolve la vergogna del “non essere autentico”.
Mentre i pattern disfunzionali spingono verso la fusione o l’isolamento estremo, annerire una pagina è un esercizio di confine. Scegli cosa appartiene alla tua storia e cosa no. Cosa fa parte di te oggi e cosa è rumore esterno. È un nutrimento identitario che passa attraverso l’atto creativo di delimitare il proprio spazio psichico.
La guarigione da un disturbo di personalità non è diventare “normali”. È un viaggio di integrazione per riconoscere che tutte le parti frammentate – anche quelle che consideri “sbagliate” – fanno parte della tua storia e meritano ascolto.
Il Caviardage ci ricorda una verità fondamentale: i pezzi del puzzle sono già tutti lì. Non manca niente. Serve solo il coraggio di guardarli uno alla volta, senza pretendere di vedere subito l’immagine completa. Se mentre leggi queste parole senti che qualcosa risuona dentro di te, ti invito a fare una prova. Non serve sapere “chi sei”. Serve solo la curiosità di scoprire cosa emerge oggi.
Ecco cosa fare:
- Prendi un vecchio libro che non usi più (anche una rivista va bene)
- Strappa una pagina – sì, davvero, strappala
- Non leggerla cercando un significato razionale
- Lascia che i tuoi occhi scivolino sulle righe come acqua
- Cerchia solo le parole che ti riconoscono, oggi, in questo preciso istante
- Prendi un pennarello nero e annerisci tutto il resto
- Osserva cosa emerge
Quale parte di te ha trovato voce? A volte, la storia più vera è quella che segna l’inizio della nostra integrazione. E a volte, quella storia era dentro di noi, da sempre. Serviva solo qualcuno che ci aiutasse a riconoscerla, un frammento alla volta.

