Il legame tra gioco d’azzardo e suicidio
Oggi vorrei parlarvi del legame che esiste tra gioco d’azzardo e suicidio. E vorrei invitarvi a fare un passo con me in un territorio dell’anima che spesso preferiamo ignorare, un luogo dove la luce della speranza fatica a filtrare: il mondo del gioco d’azzardo patologico (gambling) e il suo legame, drammaticamente stretto, con l’ideazione suicidaria.
Come terapeuta, ascolto ogni giorno storie di vite che si sono smarrite. E vi assicuro che la narrativa comune sul gioco d’azzardo è spesso tragicamente banale. Lo liquidiamo come un “vizio”, una debolezza morale, un semplice problema di cattiva gestione economica. Ma la clinica ci insegna qualcosa di molto più profondo e oscuro: il gambling è una voragine psichica, un tentativo disperato e disfunzionale di curare un dolore invisibile.
Da una prospettiva junghiana, il gioco d’azzardo è una danza seducente e mortale con l’Ombra e con il caso. All’inizio, la scommessa promette una soluzione magica. Offre l’illusione onnipotente di poter domare il destino, di poter finalmente risarcire sé stessi da torti, mancanze o vuoti affettivi. Quando la ruota gira o la carta viene voltata, c’è un istante di sospensione in cui tutto sembra possibile. In quell’istante, l’ansia si placa e il giocatore si sente “vivo”.
Ma questa illusione è un demone esigente. Ben presto, la ricerca della vincita si trasforma in una coazione a ripetere in cui si gioca per stordirsi, per non pensare, per annullarsi. E qui si innesca il meccanismo che collega il tavolo da gioco all’abisso del suicidio.
Le statistiche psichiatriche sono spietate: i tassi di tentato suicidio tra i giocatori d’azzardo patologici sono tra i più alti in assoluto nel panorama delle dipendenze. Perché accade questo?
Non è “solo” una questione di debiti incolmabili, per quanto la rovina finanziaria sia devastante. Il vero collasso è interno. È il peso insostenibile della vergogna. Il giocatore patologico costruisce una doppia vita. Mente a chi ama, tradisce la fiducia dei familiari, ruba tempo e risorse alla propria esistenza per alimentare la dipendenza. Si isola sempre di più, costruendo una prigione di segreti.
Quando il castello di bugie crolla – quando i debiti non possono più essere nascosti, quando la famiglia scopre la verità, quando l’illusione magica si infrange contro il muro duro della realtà – l’Io del giocatore si ritrova nudo, frammentato, schiacciato da un senso di colpa intollerabile. In quel momento di lucidità disperata, la mente si convince che non ci sia più alcuna via d’uscita. Che il danno sia irreparabile.
Il suicidio, in queste tenebre, non appare come una scelta, ma come l’unica via di fuga rimasta da una sofferenza mentale acuta, una sorta di “soluzione finale” per cancellare la macchia e, tragicamente, per “liberare” i propri cari dal peso della propria ingombrante esistenza.
Ma noi, che abitiamo le stanze dell’analisi e ascoltiamo il respiro affannoso di chi ha perso tutto, sappiamo che questa è l’ultima, fatale bugia della malattia. La morte non è la risposta a quella disperazione.
Il vero punto di svolta, il miracolo silenzioso che a volte avviene nel buio, è il coraggio di spezzare la solitudine. È quel momento, carico di un’angoscia che toglie il fiato, in cui la maschera del giocatore onnipotente cade a terra, frantumandosi, e lascia il posto a una voce che, finalmente, sussurra: “Ho bisogno di aiuto”.
In quella richiesta, per quanto flebile, c’è una potenza immensa. È l’istante in cui l’incantesimo del demone inizia a incrinarsi. La vergogna, che si nutre avidamente di segreti e porte chiuse, non tollera la luce della condivisione. Quando il dolore inesprimibile trova un rifugio sicuro, uno sguardo non giudicante pronto ad accoglierlo, il baratro smette di sembrare l’unico orizzonte possibile.
Il percorso per riconquistare la propria vita, per ritrovare quella bussola interiore che si era smarrita tra le luci al neon e l’illusione della vincita magica, è un cammino in salita. Ma è un cammino che si percorre insieme, restituendo parola e dignità a chi pensava di averle perse per sempre.
Non lasciamo che il rumore assordante del giudizio sociale copra il grido silenzioso di chi sta affogando. E se voi stessi, oggi, vi sentite intrappolati su quell’orlo, vi chiedo di concedervi un’ultima, vera scommessa: scommettete sulla possibilità che qualcuno possa accogliere la vostra ferita senza voltarvi le spalle. Perché nessuna vita, mai, vale meno di una scommessa persa.



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