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Perchè i pazienti psichiatrici si scelgono

Dicembre 22, 2025/0 Commenti/in Psichiatria/da Fabio Piccini

Perchè i pazienti psichiatrici si scelgonoIn questo post voglio parlarvi del perché le persone con disturbi mentali si scelgono tra loro. Ci si chiede spesso, con un misto di curiosità e talvolta di giudizio, perché i pazienti psichiatrici tendono a innamorarsi o a formare relazioni con partner che condividono fragilità simili. È una domanda delicata che merita uno sguardo profondo, umano e, soprattutto, privo di stereotipi. Perché dietro queste dinamiche non c’è “sfortuna”, né una sorta di destino avverso, ma meccanismi psicologici e relazionali molto comprensibili.

Uno dei motivi più forti, a mio parere, è il desiderio di essere compresi. Chi convive con ansia, depressione, disturbi dell’umore o altre difficoltà psichiche spesso sperimenta, fin dall’infanzia o dall’adolescenza, la sensazione di non essere pienamente visto o capito. Emozioni intense, pensieri ricorrenti, fasi di chiusura o iperattività emotiva possono risultare difficili da spiegare a chi non le ha mai vissute.

Incontrare qualcuno che “sa cosa vuol dire” crea una connessione immediata. Non servono troppe spiegazioni, non c’è bisogno di giustificarsi. Questa comprensione tacita è potente: fa sentire meno soli, meno strani, meno sbagliati.

In psicologia si parla spesso di similarità: tendiamo ad avvicinarci a chi ci assomiglia perché ci sembra più prevedibile, e quindi più sicuro. Per una persona che già vive una certa instabilità interna, una relazione è più gestibile se l’altro ha ritmi emotivi simili, conosce il peso delle giornate “no”, capisce che a volte il silenzio non è rifiuto.

Questo non significa che due fragilità si “attraggano” in modo patologico, ma piuttosto che riconosciamo nell’altro un linguaggio emotivo familiare. Spesso chi ha un disturbo mentale ha vissuto esperienze comuni: terapie, farmaci, stigma sociale, incomprensioni familiari, sensi di colpa. Queste esperienze creano una sorta di cultura condivisa, un terreno comune su cui costruire intimità.

Non è raro che queste relazioni nascano in contesti di cura o di supporto (gruppi terapeutici, comunità, ambienti di mutuo aiuto), dove l’incontro avviene già sotto il segno dell’autenticità. Detto questo, è importante essere onesti: non tutte le relazioni tra persone con difficoltà simili sono sane.

A volte si crea una dinamica in cui il dolore diventa l’unico collante, oppure ci si riconosce solo nel ruolo di “chi soffre”. In questi casi, invece di sostenersi, ci si può trascinare a vicenda. La differenza la fa la consapevolezza: quando entrambe le persone sono impegnate nel proprio percorso di cura, la relazione può diventare uno spazio di crescita reciproca. Quando invece la sofferenza resta non riconosciuta o non trattata, il rischio è che la relazione diventi una conferma del malessere.

Accoppiarsi con qualcuno che vive una fragilità simile non è una condanna né un errore. Può essere, anzi, un’occasione di profonda empatia, di solidarietà autentica, di amore che non chiede di “guarire” per essere degni.

La chiave non è evitare le somiglianze, ma coltivare relazioni in cui ciascuno è responsabile del proprio benessere, senza delegare il proprio benessere all’altro. Perché alla fine, ciò che cerchiamo tutti – con o senza diagnosi – è la stessa cosa: qualcuno con cui poter essere veri, anche quando siamo fragili.


Tags: Cultura condivisa, Scelta del partner, Sofferenza come collante, Stigma sociale
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