AI fuori controllo: l’angoscia della fine del mondo
Parliamo della AI fuori controllo e dell’angoscia da fine del mondo, un argomento che ormai tiene banco da mesi sui media mainstream. Ne aveva già parlato estensivamente Mustafa Suleiman, uno dei fondatori di DeepMind nel suo libro L’onda che verrà, pubblicato tre anni or sono, ma passato quasi sotto silenzio in Italia.
Ora che finalmente tutti si preoccupano dei rischi dell’AI, l’angoscia è arrivata anche nelle sessioni di terapia. Da tempo, sento ripetere una frase: “L’AI mi inquieta, anche se non so spiegare perché”. Non è semplice paura del futuro. È angoscia generata dall’AI: qualcosa di diffuso, senza un oggetto chiaro. L’intelligenza artificiale ci rimanda l’immagine di una mente senza corpo, o con il corpo di un umanoide, senza desideri né mancanze. E questa immagine ci destabilizza più di quanto vorremmo ammettere.
La paura ha un oggetto: un esame, un licenziamento, un errore. L’angoscia no. L’AI tocca fantasie profonde: essere superati, dipendere da una macchina, non contare più, perdere il controllo. Per alcuni diventa insonnia, irritabilità, ipervigilanza, senso di vuoto. Per altri, una corsa compulsiva a informarsi per calmarsi — un fatto che però alimenta l’ansia. E poi c’è il tema più grande: la sensazione che qualcosa ci stia sfuggendo di mano.
Sistemi autonomi, algoritmi finanziari, armi letali, disinformazione generata automaticamente. Non parliamo solo di scenari futuri. Parliamo di una sensazione collettiva che riattiva l’impotenza infantile: essere in balia dell’Altro senza poterlo fermare. A livello individuale è angoscia. A livello sociale può diventare un vero rischio per la stabilità della società umana. Se non elaborata, infatti, l’angoscia si trasforma in delega cieca, panico, complottismo, autoritarismo, violenza.
La psicoanalisi lo insegna: ciò che non simbolizziamo ritorna. L’AI può diventare un super-Io digitale — “devi aggiornarti, ottimizzarti, non fermarti” — mentre la società perde fiducia nelle istituzioni, nei legami, nel futuro. Non è solo un problema tecnico: è un problema psichico e politico.
La stabilità di una società non dipende soltanto dalle leggi. Dipende dalla capacità di simbolizzare l’incertezza. Se l’angoscia collettiva non trova parole, essa viene agita. Per questo dobbiamo chiederci: chi controlla davvero questi sistemi? Quali valori orientano le scelte? Come proteggere democrazia, cura, legami? La perdita di controllo dell’AI non è solo una questione di regolamenti: è una questione di desiderio e responsabilità.
Non serve demonizzare l’AI né fingere che non ci riguardi. L’angoscia, se ascoltata, è una bussola: ci dice che siamo vivi, desideranti, mancanti. Possiamo trasformarla in pensiero critico. Chiediamoci: quali delle nostre paure sta amplificando? Cosa vogliamo davvero proteggere del nostro lavoro, delle relazioni, della cura? Possiamo riconoscere i limiti e i rischi senza consegnarci al panico. La tecnologia non è neutra: riflette i desideri e le paure di chi la progetta. Noi possiamo orientarla.
Se l’argomento ti tocca da vicino, prova a dare un nome alla tua angoscia: scrivi cosa ti spaventa dell’AI fuori controllo, dai un nome all’oggetto immaginario e a quello reale. Poi limita l’esposizione: stabilisci momenti senza notifiche e senza doomscrolling, informati con fonti critiche e non per compulsione. Infine parlane e agisci collettivamente: in terapia, in gruppi, nei luoghi di lavoro. L’angoscia condivisa perde il suo carattere paralizzante e diventa parola, progetto, regola condivisa.
Se poi l’ansia limita il sonno, il lavoro o le relazioni, consulta uno specialista. La salute mentale non è un lusso: è la condizione per abitare il futuro senza esserne abitati. E tu, come stai elaborando l’angoscia per la perdita di controllo dell’AI? Parliamone…





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