Ecoansia: la nuova angoscia dei giovani
Oggi voglio parlarvi di ecoansia, un nuovo tipo di ansia che si diffonde sempre più tra le giovani generazioni. Apro la porta della sala d’attesa e trovo Alessia, 19 anni, che piange silenziosamente. Non sta guardando il telefono, ma fuori dalla finestra. “Oggi c’è il sole e fa caldo e io mi sento angosciata”, mi dice. “Perché dovrebbe esserci la pioggia, o il freddo a gennaio. E quel sole mi ricorda soltanto che il pianeta sta morendo e che noi moriamo con lui”.
Questa non è ansia generalizzata. Non è un classico attacco di panico. È ecoansia, un nuovo tipo di disturbo che, nelle stanze di terapia, sta diventando un sottofondo costante del disagio giovanile.
Come psicoanalista, sono abituato ad affrontare angosce intime: il tradimento, il lutto, il senso di inadeguatezza. Ma l’ecoansia ha una caratteristica inedita: è un’angoscia senza colpevole né nemico da affrontare. È un lutto anticipatorio per un mondo che ancora esiste, ma che i giovani sentono già perso.
I miei pazienti under 30 non mi parlano più soltanto di amori finiti. Mi parlano della vergogna di mangiare un hamburger, del terrore di mettere al mondo un figlio, della rabbia muta verso una generazione adulta che percepiscono come responsabile del furto del loro futuro.
Davide, 24 anni, studia ingegneria idraulica. “Non riesco a finire la tesi”, mi confessa. “Ogni volta che apro il computer penso: a cosa serve? Fra trent’anni saremo in guerra per l’acqua”. Davide non è depresso in senso classico. È lucido e consapevole. E questa lucidità lo paralizza.
Il meccanismo psichico è sottile: se il futuro sparisce dall’orizzonte, il desiderio si spegne. E senza desiderio, non c’è azione. La psicoanalisi lo sa bene: non si può desiderare ciò che si crede già morto.
Chiara, 27 anni, ha scelto una strada opposta. È iperattiva: Fridays for Future, Extinction Rebellion, partecipa a vari comitati. Ma durante la seduta emerge il rovescio della medaglia. “Se mi fermo anche solo per un weekend, mi sento un’assassina. Non so più cosa significa riposare senza sentirmi in colpa”. Qui l’ecoansia indossa la maschera dell’attivismo compulsivo. Non è azione politica, è difesa maniacale contro un senso di impotenza devastante.
L’errore più grande sarebbe medicalizzare l’ecoansia (o la solastalgia, sua parente diretta) come se fosse un disturbo da sopprimere. Non è patologica la paura, ma la solitudine con cui la si vive. Il vero danno non è l’angoscia per il pianeta, è il muro di negazione che gli adulti oppongono, lasciando i giovani soli di fronte alla loro angoscia.
In questi casi non serve offrire rassicurazioni vuote. Bisogna offrire spazio. Perché quando la paura trova parole condivise, smette di essere un sintomo e diventa pensiero. E il pensiero, a differenza del panico, può trasformarsi in azione autentica. Non per “salvare il mondo”, ma per abitarlo consapevolmente, finché ci è dato. Questo è il suggerimento che offro a tutti coloro che devono gestire questo tipo di angoscia in una persona cara.

