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I sintomi non sono diagnosi: capire la derealizzazione

I sintomi non sono diagnosi: capire la derealizzazioneIn questo post voglio parlarvi della derealizzazione e spiegare perché i sintomi non sono diagnosi. Nel lavoro clinico, una delle confusioni più comuni che incontro — soprattutto oggi, nell’epoca delle ricerche su Google e dei video psicologici sui social, consiste nello scambiare un sintomo per una diagnosi.

Qualcuno legge una descrizione online, riconosce qualcosa che sente dentro di sé e arriva rapidamente a una conclusione: “Ho questo disturbo.” Capita spesso con l’ansia, la depressione, il disturbo borderline e l’ADHD. Ma c’è un sintomo che genera più fraintendimenti di molti altri: la derealizzazione.

Molte persone sperimentano questo stato e pensano immediatamente di avere un disturbo dissociativo grave o di “stare impazzendo”. In realtà, nella maggior parte dei casi, le cose sono molto più sfumate. Ed è proprio qui che entra in gioco una distinzione fondamentale della psicopatologia: il sintomo è un segnale, non una diagnosi.

La derealizzazione è un’esperienza percettiva particolare in cui il mondo esterno sembra cambiare qualità. Le persone la descrivono in modi molto simili: “Mi sembra che tutto sia finto”, “È come guardare il mondo attraverso un vetro”, “Sento che la realtà è lontana o piatta”, “È come essere dentro un sogno”.

Dal punto di vista clinico, non si tratta di una perdita di contatto con la realtà. La persona sa perfettamente che ciò che percepisce è strano. Ed è proprio questa consapevolezza a distinguere la derealizzazione da fenomeni psicotici. Ma qui arriva il punto cruciale: la derealizzazione non rientra in una sola diagnosi. Può comparire in molti contesti diversi, tra cui:

  • disturbi d’ansia e attacchi di panico

  • disturbi depressivi

  • disturbi dissociativi

  • stress acuto

  • reazioni post-traumatiche

  • periodi di forte alterazione del sonno

  • abuso (o sospensione) di sostanze

Il sintomo è lo stesso, il significato clinico può essere completamente diverso. Per capire meglio questa differenza, ti racconto una breve vignetta clinica (ovviamente modificata per tutelare la privacy del protagonista). Chiamiamolo Matteo e diamogli 29 anni.

Matteo arriva in studio molto preoccupato. Mi dice subito: “Temo di avere un disturbo dissociativo. Ho letto tutto su ChatGPT.” Racconta che da alcune settimane ha episodi in cui il mondo sembra irreale. Cammina per strada e gli edifici sembrano “piatti”, come scenografie. Le persone sembrano lontane.

La prima cosa che ha fatto è cercare su internet: “Perché la realtà sembra finta?” Risultato: derealizzazione. Poi ha cercato: “Derealizzazione: cosa significa?” Risultato: disturbi dissociativi. E a quel punto la conclusione è stata rapida: “Ho un disturbo dissociativo”.

Durante il colloquio, però, emergono altri elementi. Da mesi Matteo, che fa l’UX designer, lavora 12 ore al giorno. Dorme circa 4–5 ore per notte.
Beveva molto caffè. Ha avuto il suo primo attacco di panico due settimane prima. La derealizzazione, in questo caso, non costituiva la diagnosi. Era un effetto collaterale dell’ansia intensa.

Quando il sistema nervoso entra in uno stato di iperattivazione prolungata, il cervello può produrre fenomeni dissociativi lievi come meccanismo di protezione. In altre parole, nel caso di Matteo la derealizzazione non era il disturbo principale. Era un segnale di un sistema nervoso, per così dire, sovraccarico.

Quando sperimenti sintomi psicologici intensi, è naturale cercare spiegazioni. La psiche, come il corpo, vuole dare un senso a ciò che accade.

Ma ci sono tre principi utili da ricordare. La prima è che un sintomo non definisce un disturbo. La febbre non è una malattia: è un segnale del corpo. Allo stesso modo, la derealizzazione, l’insonnia, l’irritabilità o la difficoltà di concentrazione sono fenomeni trasversali a molte condizioni diverse. La diagnosi nasce dall’insieme dei fattori: storia personale, contesto, durata, altri sintomi, funzionamento globale.

La seconda è che il contesto psicologico è fondamentale. Lo stesso sintomo può significare cose diverse in persone diverse, ad esempio: la derealizzazione può verificarsi in un attacco di panico, dopo un trauma, o in una depressione severa. Il fenomeno percepito è simile, la struttura clinica può essere completamente diversa.

E, infine, non tutto ciò che è spaventoso è segno di una grave patologia mentale. La derealizzazione è una delle esperienze psicologiche più inquietanti da vivere. Molti temono di “stare per impazzire”. In realtà, nella maggior parte dei casi, è un fenomeno reversibile legato allo stress o all’ansia. Comprendere questo fatto spesso già riduce una parte significativa della paura.

Nel lavoro terapeutico, spesso il compito non è semplicemente dare un nome ai sintomi. È capire la storia che li ha prodotti. La psicopatologia non è un elenco di etichette. È una mappa della sofferenza umana. E proprio per questo motivo vale la pena ricordare una regola semplice ma fondamentale: i sintomi parlano; le diagnosi interpretano.

E tra queste due cose, c’è sempre una storia personale che merita di essere ascoltata.