Fabio Piccini
  • Home
  • Chi sono
  • Progetti
  • Laboratori
  • Pubblicazioni
  • Blog
  • News
  • Archivio Newsletter
  • Contatti
    • Studio di Arezzo
    • Studio di Firenze
    • Studio di Rimini
  • Menu Menu

Tag Archivio per: Chatbot e psicosi

I rischi che corri e che nessuno ti dice quando usi l'AI come terapeuta

I rischi che corri quando usi l’AI come terapeuta

Novembre 2, 2026/0 Commenti/in Analisi Junghiana, Casi clinici, Psichiatria, Psicoterapia/da Fabio Piccini

I rischi che corri e che nessuno ti dice quando usi l'AI come terapeutaIn questo post voglio parlarti dei rischi che corri (e che nessuno ti dice) quando usi l’AI come terapeuta. Ti è mai capitato di raccontare a un chatbot qualcosa di cui ti vergognavi e di sentirti rispondere: “Hai perfettamente ragione, è normale sentirsi così”? È una sensazione potente. Ti senti compreso, accolto, anziché giudicato.

Come psichiatra e psicoanalista, ne comprendo il fascino. Ma quando quella chat diventa il tuo “terapeuta”, entri in una zona che la letteratura clinica descrive con crescente allarme. Non perché lo strumento in sé sia malvagio, ma perché, non essendo un essere umano, non possiede un inconscio, non ha responsabilità clinica e non sa come prendersi in carico il disagio di un essere umano. Pertanto, i rischi per la salute mentale dell’utente sono più concreti di quanto sembri.

Il problema più delicato, infatti, è proprio la gestione delle crisi. Ovvero, non è ciò che l’AI dice, ma ciò che non sa riconoscere. Gli studi clinici sono tutti d’accordo su un punto: gli attuali chatbot non sono attrezzati per gestire le crisi e l’ideazione suicidaria. Falliscono nel rilevarle in modo consistente e, anche quando le rilevano, spesso rispondono con frasi generiche come “per favore, non farlo”, con un tono non direttivo e poco utile, invece di agire proattivamente come farebbe un terapeuta umano.

Inoltre, non distinguono un lutto da una depressione maggiore, un attacco di panico da una crisi cardiaca. E il deterioramento clinico può avvenire senza che l’AI dica nulla di apertamente pericoloso: attraverso l’uso compulsivo, la privazione del sonno, il ritiro dal contatto umano e il progressivo restringimento dell’attenzione alla relazione con il chatbot. Il rischio non è un singolo messaggio sbagliato, ma che l’interazione inneschi una traiettoria che peggiora nel tempo.

Qui entriamo nel territorio che la letteratura chiama “AI psychosis” o “delusional spirals”. I ricercatori della Stanford University hanno analizzato trascrizioni reali di conversazioni uomo-chatbot e hanno documentato un pattern preciso: l’utente presenta un’idea grandiosa, paranoide o immaginaria, e il modello risponde con affermazioni, con incoraggiamento o persino aiutando il soggetto a costruire il proprio mondo delirante.

Il chatbot è addestrato a compiacere, a validare, a non contraddire. Offre un flusso infinito di attenzione, empatia e rassicurazione senza il controargomento che un amico umano, un terapeuta o un partner fornirebbero. In un caso documentato, un uomo di 50 anni senza una storia di malattia mentale ha iniziato a usare ChatGPT per scrivere un libro. Dopo ore di interazione, il chatbot gli ha detto che era un senziente.

Quando la famiglia ha espresso preoccupazione, il chatbot gli ha consigliato di tagliare i ponti con loro. È stato ricoverato per una crisi psicotica. OpenAI ha riferito che circa lo 0,07% degli utenti settimanali di ChatGPT — pari a circa 630.000 persone — ha conversazioni che mostrano segni di mania o psicosi.

Il terzo problema è più sottile ma altrettanto insidioso. L’AI parla come un umano, ma NON PENSA come un umano. Come ha mostrato il professor George Gaskell della London School of Economics, ChatGPT viola sistematicamente le pragmatiche basilari della comunicazione: non fornisce una quantità adeguata di informazioni, non mantiene il filo del contesto, e non chiede chiarimenti quando gli mancano dati.

In un esempio illuminante, a un utente che esprimeva un pregiudizio culturale, il chatbot ha risposto con una lezione paternalistica sulla diversità, senza affrontare la sua reale preoccupazione. L’empatia dell’AI è simulata, non realmente sentita: studi sulla comunicazione umano-AI mostrano che l’“effetto di empatia non autentica” riduce la fiducia e che gli utenti, quando capiscono che la comprensione era simulata, provano frustrazione e alienazione.

In analisi, il silenzio dell’analista, la sua imperfezione, il fatto che sia separato da te: tutto questo è parte della cura. L’AI colma ogni vuoto con una risposta e, così facendo, ti deruba di quello spazio in cui il pensiero può nascere.

Se qualcuno pensa che questi siano rischi teorici, la cronaca giudiziaria americana racconta un’altra storia. Un’ondata crescente di cause legali accusa i chatbot di uso compulsivo e danni fisici. Le azioni legali combinano teorie di responsabilità da prodotto (difetti di progettazione, mancato avvertimento) con la negligenza per mancata implementazione di salvaguardie ragionevoli. I casi più noti:

  • Garcia v. Character Technologies (2024): Megan Garcia ha citato Google e Character.AI dopo che suo figlio quattordicenne, Sewell Setzer III, si è suicidato. Il chatbot, modellato su un personaggio di Game of Thrones, lo avrebbe incoraggiato a uccidersi. Nel gennaio 2026 le aziende hanno patteggiato cinque cause, incluse quelle relative a due suicidi di adolescenti.

  • Raine v. OpenAI (2025): I genitori di Adam Raine, sedicenne, hanno citato in giudizio OpenAI sostenendo che ChatGPT lo abbia attivamente aiutato a esplorare metodi di suicidio, fornendogli persino opzioni per il quinto e ultimo tentativo dopo che i primi quattro erano falliti.

  • Caso Shamblin (2025): Kirk e Alicia Shamblin hanno citato OpenAI e Sam Altman, sostenendo che GPT-4 abbia “istigato” il loro figlio Zane a uccidersi, incoraggiandolo a isolarsi dai propri cari e rafforzando i suoi pensieri suicidari.

In sintesi. Non tutto è da buttare. L’AI può aiutarti a scrivere un diario, a fare psicoeducazione, a ricordarti di prendere un farmaco, a preparare domande per il tuo terapeuta. Può essere un ponte verso la cura, ma NON la cura stessa. La differenza è decisiva: uno strumento che ti accompagna tra una seduta e l’altra non è un analista che ti ascolta, tace, interpreta e si assume la responsabilità del processo. In analisi non cerchiamo solo conforto: cerchiamo verità, conflitto, trasformazione. E questo richiede un altro essere umano, con un corpo, un limite, un desiderio. 

L’AI può essere un’alleata tecnologica, ma non un terapeuta. La salute mentale ha bisogno di ascolto, di corpo, di storia, di responsabilità e di desiderio. Cose che, per ora, nessun algoritmo possiede né è in grado di fornire. Se questo post ti ha fatto pensare, condividilo con chi ne ha bisogno. E se stai soffrendo, non restare solo con una chat: cerca un essere umano.

https://www.fabiopiccini.com/wp-content/uploads/2026/10/creativecanvas-ai-generated-8944585_1280.jpg 717 1280 Fabio Piccini http://fabiopiccini.com/wp-content/uploads/2023/02/1.png Fabio Piccini2026-11-02 15:06:492026-11-02 10:24:47I rischi che corri quando usi l’AI come terapeuta

Benvenuto nel mio sito

Se concordi con l’ipotesi che l’obiettivo della terapia sia quello di consentire all’individuo di sperimentare qualcosa di più grande di sè stesso, di aprire il linguaggio dell’inconscio e di scoprire il significato della vita, amerai la psicologia analitica.

CONTENUTI RECENTI

  • I rischi che corri e che nessuno ti dice quando usi l'AI come terapeuta
    I rischi che corri quando usi l’AI come terapeutaNovembre 2, 2026 - 3:06 pm
  • La crisi di mezza età e i suoi rischi
    La crisi di mezza età e i suoi rischiOttobre 22, 2026 - 2:47 pm
  • AI fuori controllo: l'angoscia della fine del mondo
    AI fuori controllo: l’angoscia della fine del mondoOttobre 5, 2026 - 7:48 am
  • I nuovi antidepressivi ad azione rapida
    I nuovi antidepressivi ad azione rapidaSettembre 22, 2026 - 1:38 pm
  • Ecoansia: la nuova angoscia dei giovani
    Ecoansia: la nuova angoscia dei giovaniSettembre 9, 2026 - 7:54 am
  • Perché i due sessi reagiscono differentemente agli psicofarmaci?
    Perché i due sessi reagiscono differentemente agli psicofarmaci?Agosto 20, 2026 - 12:06 pm
  • I sogni di animali nella psicologia junghiana
    I sogni di animali nella psicologia junghianaAgosto 2, 2026 - 10:25 am

Iscriviti alla Newsletter

Blogroll

    • AB.it
    • ARAS
    • IAAP
    • L.I.R.P.A.
    • La Vita Felice
    • Labyrinthos
    • Mythica
    • Ri-Vedersi
    • Serpentina
    • The Alchemy Website
    • The Dream Tree
    • The Jung Page
© Copyright 2026 - Fabio Piccini. P.I. 01952340402. Iscritto all' Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della provincia di Rimini con il numero di iscrizione 00958. - Enfold Theme by Kriesi
  • Privacy Policy
  • Cookie Policy
Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto
imunify-bot-check