Psichiatria e cultura: possiamo davvero separarle?
Oggi voglio parlarti di come la cultura possa modellare i sintomi psichiatrici. Immagina questa scena: in studio arrivano due persone con la stessa diagnosi di “disturbo depressivo maggiore”.
Uno dice: “Mi sento vuoto, è come se la mia vita non avesse più senso”. L’altra: “Penso che qualcuno mi abbia fatto il malocchio, da allora non sono più io”.
Se mi fermo solo alle categorie del DSM, rischio di mettere entrambe queste persone nello stesso cassetto. Se invece mi domando: “In quale mondo di significati vive questa persona?”, la psichiatria smette di essere solo un elenco di disturbi e diventa un lavoro sul legame tra psiche, storia e cultura dell’individuo.
E qui entrano in gioco voci come quelle di Ernesto De Martino, che ha studiato come i riti e le tradizioni aiutino a “tenere insieme” la presenza quando la vita vacilla, e di Piero Coppo, che ha portato in psichiatria l’idea di un dialogo vero tra medicina occidentale e saperi locali, aprendo la strada all’etnopsichiatria.
Questo post nasce da lì, ovvero dal sospetto (molto poco neutrale) che non esista una psichiatria “pura”, ma soltanto una psichiatria dentro una cultura.
De Martino parlava di “crisi della presenza” per descrivere quei momenti in cui l’individuo sente di perdere i riferimenti fondamentali che gli permettono di “esserci” nel mondo: il proprio ruolo, i suoi legami, i simboli che danno senso all’esperienza vitale.
Non è solo un concetto da manuale di antropologia: lo vediamo ogni giorno in studio, quando qualcuno dice:
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“Non mi riconosco più”
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“È come se la mia vita non mi appartenesse più”
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“Tutto quello in cui credevo non si è dissolto”
La crisi non è solo interna: è storica. Cambiamenti sociali, precarietà, migrazioni, fratture generazionali… è come se il pavimento sotto i piedi si muovesse continuamente. La sintomatologia – ansia, panico, dissociazione, acting out – è spesso la versione individuale di una frattura collettiva. In questo senso, la psichiatria che ignora la cultura rischia di curare i sintomi e lasciare intatto il vuoto di significato da cui nascono.
Un punto centrale dell’etnopsichiatria è che i disturbi non sono uguali in tutte le culture. Coppo insiste sul fatto che certe forme di sofferenza compaiono o scompaiono a seconda del modo in cui una società pensa il corpo, l’anima, il male, la colpa.
Alcuni esempi:
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In certe aree del mondo sono frequenti sindromi legate alla paura che una parte del corpo “sparisca” (come il koro nel Sud-Est asiatico); altrove quasi non esistono.
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In contesti dove il malocchio o la stregoneria sono rappresentazioni condivise, il paziente può vivere il suo panico come un attacco “magico” e non come un disturbo d’ansia.
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Nei contesti occidentali iper-performativi vediamo esplodere quadri legati a vuoto, burnout, sensi di inadeguatezza.
Il punto non è folkloristico. È clinico: se cambio il contesto di significato, cambia anche la logica del sintomo.
Piero Coppo ha lavorato a lungo in contesti extraeuropei, cercando di far dialogare servizi sanitari e guaritori tradizionali, e poi ha portato questa esperienza nel lavoro clinico con migranti e persone “fuori posto” rispetto alla cultura dominante.
La sua idea, semplificando molto, è: la psichiatria è sempre “psichiatria e culture”. Non c’è un paziente isolato, c’è un intreccio di famiglia e reti di appartenenza, credenze religiose o spirituali, storie di migrazione, colonizzazione, marginalità, linguaggi diversi per descrivere il dolore interiore.
In questa prospettiva, il lavoro clinico diventa una negoziazione tra mondi: quello biomedico, quello del paziente, quello della sua comunità. Non per “accontentare tutti”, ma per trovare un terreno comune dove la cura possa avere senso.
Ora prova a spostare il fuoco su di te. Come cambierebbe il tuo percorso se la tua sofferenza non venisse vista solo come “disturbo X”, ma come tessuto di storia, lingua, affetti, luoghi, credenze? Se il terapeuta fosse curioso della tua biografia culturale, non solo del tuo cervello? Se potessi portare in seduta anche il tuo dialetto, la tua religione (o non religione), le tue superstizioni di famiglia, il quartiere in cui sei cresciuto? Se la diagnosi fosse un pezzo del discorso, ma non la tua carta d’identità?
Molte persone iniziano a respirare diversamente quando capiscono che non sono “sbagliate”, ma piuttosto collocate all’interno di una storia che si può raccontare e trasformare. Quando capiscono cioè, come la loro cultura possa modificare i loro sintomi.
Non ti serve diventare antropologo per portare la dimensione culturale nella tua salute mentale. Puoi iniziare da piccole mosse. Quando parli con uno specialista, prova a dire anche dove e come senti di non appartenere più (alla tua famiglia, al tuo Paese, alla tua generazione). Nota quali parole usi spontaneamente per descrivere il tuo malessere: sono mediche, religiose, magiche, morali? Tutte ti dicono qualcosa su di te.
Se invece sei tu un/una professionista, chiediti: quale idea di “normalità” sto dando per scontata? Di chi è questa normalità? E poi, se ti va, continua la conversazione chiedendo al tuo paziente:Parlami di come pensi che la tua storia, la tua provenienza, il tuo “mondo” possano aver influenzato il modo in cui vivi e nomini la sofferenza.
Perché, alla fine, psichiatria e cultura non sono due mondi separati: sono lo stesso campo di gioco in cui, ogni giorno, proviamo a non perdere la nostra presenza.

