La trappola del porno generato dall’IA
Oggi torniamo sulla trappola del porno generato dall’IA. C’è una nuova scorciatoia per “accendere” il desiderio. Non serve più cercare un video, non serve nemmeno che esista una scena. Basta descriverla. E in pochi secondi compare: corpi perfetti, dettagli su misura, fantasie sessuali cucite addosso come un abito sartoriale. È il porno generato dall’IA: infinito, personalizzabile, apparentemente senza attriti. Ed è proprio qui che si apre la trappola.
Non è (solo) una questione di “moralità” o di “buon costume”. È una questione di mente: di come si struttura l’eccitazione, di come si impara a desiderare, di che cosa succede quando il piacere non incontra più un altro reale ma un algoritmo che ti dà sempre ragione.
Tutto è cominciato con le chat generate dall’AI, con partner personalizzabili. Ne avevo parlato due anni or sono, quando l’IA era agli albori e il fenomeno era ancora di nicchia. Oggi siamo arrivati ai video porno generati dall’AI. Video talmente realistici da rendere necessaria l’apposizione di un watermark per avvisare gli utenti che gli attori non sono umani. Video che possono essere generati personalizzando direttamente le caratteristiche dell’interprete/i, della trama, ecc.
E sai chi sono i principali consumatori di questi nuovi video? I Millennials e la Generazione Z sono il gruppo demografico più propenso al consumo di questo tipo di pornografia. Parliamo quindi di ragazzi e ragazze tra i 20 e i 30 anni. Curioso. E la motivazione?
Il porno tradizionale è già potente, certo. Ma quello generato dall’IA ha un superpotere: risponde ai micro-bisogni psicologici dell’utente.
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Vuoi il controllo? Ti dà controllo totale.
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Vuoi evitare il rifiuto? Nessuno ti rifiuta.
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Vuoi non sentirti “troppo”? Non sei mai troppo: basta cambiare il prompt.
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Vuoi una specifica atmosfera emotiva? Te la produce: tenerezza, dominio, “salvataggio”, vendetta, adorazione.
E questa non è solo ars erotica: spesso è una regolazione emotiva travestita da sessualità. Da psichiatra di formazione dinamica, la vedo così: il desiderio non nasce dal vuoto. Nasce in uno spazio in cui c’è l’altro, con la realtà e la sua imprevedibilità. L’IA le riduce a zero. E quando la realtà e l’imprevedibilità spariscono, spesso si perde anche una parte del desiderio adulto (quello che regge la frustrazione, l’attesa, il gioco dell’ambiguità, tanto per capirci). Qualche esempio?
Marco (nome di fantasia), 32 anni, arriva in seduta dicendo: “Non è un problema, sono solo cinque minuti per scaricare.” Poi aggiunge: “È che… con l’IA è diverso. Trova sempre quella cosa che mi fa scattare.” Nel tempo scopriamo che quei “cinque minuti” sono diventati un rituale serale fisso. Non tanto per eccitarsi, quanto per sedare l’ansia. Quando prova a smettere, l’ansia sale e la mente gli sussurra: “Te la meriti una distrazione, hai lavorato tanto.” L’IA, è un complice perfetto, non discute mai.
Giulia, 29 anni, racconta un doppio binario: di giorno donna in carriera, relazioni ok; di notte prompt sempre più spinti. Non perché “deve”, ma perché “sennò non sento niente”. La vergogna arriva dopo, come una seconda ondata: “Se qualcuno sapesse…” Qui la trappola è un classico: eccitazione → anestesia → colpa → bisogno di anestesia. L’IA non crea la vergogna, ma la rende più efficiente: “Se posso avere tutto, perché debbo fermarmi proprio qui?”
Davide, 41 anni, sposato, dice: “Con mia moglie è bello, ma è sempre così complicato: tempi, stanchezza, dialogo. L’IA è immediata.”
Ecco il punto: la relazione reale richiede negoziazione. Il porno IA offre onnipotenza: niente attese, niente conflitti, niente limite. Ogni fantasia può essere soddisfatta. In segreto e senza rischi. Ma l’onnipotenza ha un prezzo: dopo un po’ la realtà inizia a sembrare sempre “meno”.
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“La uso per rilassarmi, ma poi mi sento svuotato.”
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“Devo aumentare l’intensità per ottenere lo stesso effetto.”
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“Mi eccito solo con scenari estremi.”
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“Mi isolo: preferisco questo a una chat, o a un appuntamento.”
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“Dopo mi vergogno, quindi lo nascondo e mi sento ancora più solo.”
Se ti riconosci in alcune di queste frasi, vale la pena fermarsi un attimo; in un’ottica psicoanalitica, qui non è “il porno” il centro del problema, ma il bisogno che ci sta sotto: consolazione, controllo, conferma, fuga dalla vulnerabilità, sedazione di un vuoto. Il porno generato dall’IA può diventare un “oggetto transizionale” tossico: un sostituto che ti soddisfa subito, ma ti allena a non chiedere più nulla a nessuno. E quando non chiedi, non rischi. Ma quando non rischi, non vivi davvero il desiderio.
Cosa si fa in questi casi? Non ti dirò “smetti e basta”. Funziona raramente. Più utile è lavorare su tre leve:
La prima consiste nel ridurre la frequenza degli accessi ai siti; non è solo una questione di volontà. Metti degli attriti: blocchi, limiti di tempo, dispositivi fuori portata. La trappola vive di immediatezza.
La seconda consiste nel tracciare il perché piuttosto che il quanto. Ogni volta, chiediti: Quale emozione sto cercando di regolare? Solitudine? Rabbia? Noia? Se capisci quale sia il bisogno sottostante, puoi trovare un sostituto più sano (ad esempio: movimento, doccia, telefonata, scrittura, respirazione, erotismo non digitale).
La terza consiste nel riportare il desiderio nel corpo e in una relazione reale. Il desiderio non è solo un stimolo visivo: è respiro, ritmo, immaginazione, contatto, gioco. Anche la masturbazione può diventare più “umana” se rallenti e togli l’iperstimolazione.
Se è presente vergogna, parlane con qualcuno che sia in grado di capire il problema. La vergogna è benzina per la compulsione. Un percorso psicoterapeutico (o un consulto) può aiutare a sciogliere il nodo: spesso non si tratta di “perversione”, ma soltanto di dolore travestito.
La trappola del porno generato dall’IA non è l’ennesima tentazione moderna. È un laboratorio perfetto per una dinamica antica: quando il piacere diventa un modo per non sentire. Il punto non è demonizzare la tecnologia. Il punto è chiedersi: questa cosa mi avvicina alla vita o mi ci allontana? Se ti avvicina, ok. Se ti ci allontana, è il momento di rinegoziare il patto. Con dolcezza, ma sul serio.



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