Come sopravvivere al ghosting

In questo articolo parleremo di come sopravvivere al ghosting. Che cos’è? Se ti è capitato, lo sai: una chat che sembrava viva, uno scambio intenso, magari persino quotidiano… e poi, improvvisamente, il silenzio. Visualizza, niente risposta. Oppure neanche visualizza più. Il ghosting nelle relazioni online è così: una porta che si chiude senza rumore e, proprio per questo, fa un male “strano”, quasi più della fine di una relazione.

Da psichiatra con un’anima psicoanalitica e da essere umano che vive ogni giorno come chiunque altro, ti dico subito una cosa che spesso aiuta più di mille tecniche: il ghosting non ha nulla a che fare col tuo valore. È un’esperienza relazionale che attiva ferite profonde: l’abbandono, la vergogna (“ho sbagliato qualcosa”), l’umiliazione (“sono stato scartato”). E online queste ferite si amplificano: il canale è rapido, intimo, sempre in tasca. Il silenzio diventa assordante.

Ma perché il ghosting fa così male? “Ma dai, era solo una chat.” Questa frase che molti ti diranno è una coltellata travestita da buon senso. Il punto non è quanto “reale” fosse la relazione, ma quanto reale fosse il tuo vissuto interiore di quella relazione.

Il ghosting colpisce perché:

  • Interrompe la narrazione: la mente odia i finali senza spiegazioni. Rimani appeso alle ipotesi, alle analisi e ai replay.

  • Interrompe il processo di attaccamento: anche poche settimane di contatto costante possono creare una micro-dipendenza emotiva. Non perché sei “debole”, ma perché il cervello si abitua alla prevedibilità (ricordi la volpe e il Piccolo Principe?).

  • Crea un vuoto di responsabilità: di chi è la colpa? Non c’è stata alcuna chiusura, alcun conflitto, nessuna parola. E allora la responsabilità la prendi tutta tu: “se n’è andato/a perché non valgo niente”.

In chiave psicodinamica, il ghosting spesso riaccende un copione antico: “quando mi avvicino, l’altro sparisce” oppure “se mostro il mio bisogno, perdo tutto”. La persona che ghosta non è per forza un “mostro”: a volte evita il conflitto, a volte ha tratti immaturi, a volte non sa gestire/teme l’intimità. Ma il tuo dolore resta legittimo. E allora, cosa si fa in questi casi?

Non ti propongo la solita lista da “pensa positivo”. Ti propongo mosse concrete che rispettano la complessità. Innanzitutto, dai un nome all’esperienza che hai vissuto. Non dire “sono stato scartato”. Di’ “sto vivendo un ghosting”. Sembra una sfumatura, ma cambia tutto: tu non sei l’evento. Tu lo stai soltanto attraversando.

In secondo luogo, trasforma il “perché” in “Che cosa mi sta succedendo?” Il “perché non risponde?” è una domanda senza fondo. L’altra, invece, è fertile perché permette di chiedersi:

  • Che emozione provo adesso (rabbia, tristezza, panico, vergogna)?

  • Quale bisogno si è attivato (conferma, sicurezza, chiusura)?

  • A cosa somiglia questo dolore (in altre relazioni, in altre età)?

Questo è il punto psicoanalitico più utile: non inseguire l’altro, ma ascolta il tuo mondo interno. In questo modo, il ghosting diventa uno specchio (ancorché doloroso) di dinamiche che puoi finalmente vedere.

La terza cosa da fare consiste nel dare un limite temporale al limbo. Una regola semplice: scegli una finestra (ad esempio 7 giorni) in cui non invii messaggi duplicati. Se vuoi, un solo messaggio di chiusura è legittimo: chiaro, sobrio, senza suppliche. Esempio: “Ho notato che non rispondi più. Se non ti va di continuare, ok. Ti auguro il meglio.” Poi basta. Non per una questione di orgoglio, ma per una questione di salute mentale.

E, infine, disintossicati dall’ossessione del controllo. Controllare il nsuo ultimo accesso, rileggere le chat, cercare segnali… è una forma di autosedazione che però riapre ogni volta la ferita. Se puoi:

  • silenzia le notifiche

  • archivia (o, meglio ancora, cancella) la chat

  • imposta dei mini-rituali sostitutivi (una camminata, una nota vocale a te stesso, 10 minuti di journaling)

Il motivo? La fantasia tipica è: “Se mi risponde, guarisco”. In realtà guarisci quando recuperi la dignità interna: “posso reggere la frustrazione senza rincorrere chi non c’è più”. E come ultima cosa, fai qualcosa di pratico. Fallo ora!

  1. Scrivi in 10 righe cosa stai provando, senza censura. Solo emozioni e sensazioni corporee.

  2. Decidi una regola: niente controllo della chat per 48 ore (o riduci a 2 volte al giorno).

  3. Riformula la storia in modo adulto: “Questa persona non ha saputo o voluto chiudere. Io merito reciprocità e chiarezza.”

Se ti accorgi che il ghosting ti fa crollare sempre allo stesso modo—ansia ingestibile, insonnia, pensieri ossessivi, senso di indegnità—non è “dramma”. È un segnale: forse quanto accaduto sta toccando un nucleo antico che, in terapia, può finalmente trovare senso e cura. Se però compaiono attacchi di panico, ideazione autolesiva, isolamento sociale marcato o l’abuso di sostanze per sedare il dolore, è importante parlarne con un professionista.

Sopravvivere al ghosting, alla fine, significa questo: trasformare la richiesta di una spiegazione in un atto di cura per te. La chiusura che non ti hanno dato, puoi iniziare a dartela tu: con un limite chiaro, con un gesto concreto di disintossicazione dal controllo, con un ritorno alla tua vita reale (corpo, amici, sonno, routine), e soprattutto con una frase interna che funzioni come un’àncora:
“La reciprocità non si mendica. La chiarezza non si rincorre. Io merito presenza.”

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